
Nel momento in cui il Governo mostra tutti i suoi limiti (la disoccupazione giovanile al 30%, la spesa corrente impazzita, le macerie de L’Aquila, il dietro-front sul nucleare, la patetica esibizione internazionale in merito alla crisi libica, e potrei continuare), ben al di là delle private e inaudite vicende del Presidente del Consiglio, è un fatto che l’opposizione non decolla. Guadagna consensi, è vero, ma non sfonda come dovrebbe, forte della situazione di stallo del Paese e del comportamento da caudillo del Capo del Governo, che fa proprio il finale del ‘Caimano’ di Moretti, ben oltre le più nere previsioni. Molti sono decisi a votarci per sfinimento, ancora una volta per cacciare il tiranno, ma quanti sono convinti della nostra bontà? In tanti, troppi, si sfogano con me dicendo che non vedono l’alternativa, che sembra loro di stare eternamente sugli spalti, a tifare una squadra piuttosto che l’altra. Questa è l’immagine della politica che hanno. E invece sarebbe il grande momento dell’indignazione – per riprendere un recente saggio francese (guarda caso) -, della rivolta democratica (altro che golpe e altre stupidaggini che ogni tanto si sentono dire da sinistra), guidata da un’opposizione unita e riconoscibile nel programma. Un’opposizione convincente, che trascina consensi verso un nuovo inizio, una nuova fase politica per superare definitivamente questo ventennio confuso e gaudente.
Certo, specialmente a sinistra la setta dei ‘puri’ (i cavalieri del ‘ci vuole ben altro’ di bertinottiana memoria, così come gli adepti della giustizia implacabile) continua a far danni. Chi per mestiere non fa distinguo, ma vede intorno a sé soltanto traditori e corrotti, è il primo nemico dell’alternativa, perché instilla nel pubblico l’idea dannosissima del ‘sono tutti uguali’. E lo dice uno che sulle questioni ‘morali’ del Partito non è affatto tenero, anzi spesso discute con chi tende a minimizzare le malefatte ‘democratiche’.
Al di là di questo, però, l’impressione è che non si veda proprio l’alternativa. Che Berlusconi abbia convinto per sfinimento qualcuno a tornare a votare centrosinistra, ma che il tutto si fermi al voto di protesta. Che non ci sia entusiasmo nel sostenerci. Non si va lontani, così. Ci ricordiamo il Prodi del 2006?
Ma cosa vuol dire allora l’alternativa? Per me vuol dire inchiodarsi al merito delle questioni, menando fendenti feroci contro chi approssima, per ignoranza o per convenienza. Vuol dire che se è vero, come è vero, che negli ultimi mesi le vicende italiane e internazionali hanno squadernato lì, davanti ai nostri occhi, tutti i problemi dei nostri giorni, toccava al Partito Democratico affrontarli di petto e dire con forza cosa ne pensava.
So per certo che in pochi hanno capito la nostra posizione sulla ‘trattativa’ FIAT di gennaio, arrivata tardiva per bocca del Segretario, dopo la solita gragnola di commenti, non sempre intelligenti, di vari nostri dirigenti. Per quasi un mese abbiamo oscillato pericolosamente fra ‘con i lavoratori sempre e comunque’ e ‘viva Marchionne’. Poi la posizione è arrivata, a mio avviso buona e responsabile, ma la sensazione è stata che i buoi fossero già scappati. E a tanti lavoratori, precari e non, in condizioni peggiori degli operai FIAT, forse è restata in testa più la chiara posizione del Governo, con il dubbio malvagio che forse si stesse andando a erodere qualche privilegio di colleghi più fortunati (si sa che l’ultimo odia il penultimo, e viceversa). Bene, se non l’abbiamo ancora capito, con l’eleganza che gli è propria il buon Marchionne (perché non cominciamo a considerarlo un industriale, da giudicare – e criticare, magari - sul successo dei suoi prodotti, anziché un politico, riformista o padronale che sia?) procederà nei prossimi mesi a ribaltare tutte le sue fabbriche in Italia con il simpatico meccanismo ricattatorio Pomigliano – Mirafiori (e ora Bertone). Bene. Anzi, male. Ma l’abbiamo capito che è in gioco il sistema delle relazioni industriali in generale nel nostro Paese? Qual è la nostra proposta? Abbiamo in mente delle pezze da mettere a un sistema lavorativo che ormai sembra davvero il vestito di Arlecchino, o invece un nuovo modello da proporre, anche di rottura se necessario? Se il sistema produttivo è andato in mille pezzi, con i precari separati dagli indeterminati, le piccole imprese perse in un loro microcosmo lontano dal sistema di relazioni delle grandi aziende, e la più grande azienda privata del Paese impegnata in un violento rinnovamento dei suoi meccanismi, abbiamo uno straccio di idea per tenere insieme il tutto?
Finora l’unico messaggio chiaro che è rimasto in mente a me (ma non so a quanti altri, visto che poi abbiamo anche qualche deficit comunicativo) è ‘il lavoro precario deve costare più per l’azienda di quello a tempo indeterminato’. Bene, concordo. Ma poi? Con questa nuova norma risolviamo i problemi di sistema di cui sopra? O non rischiamo, eliminando giustamente gli abusi, di dare rigidità ulteriori a un sistema in impasse? Insomma, quando discuteremo, nel Partito, delle proposte di Ichino, di Nerozzi, di Boeri e degli altri, per dire cosa pensiamo della questione fondamentale, come ama definirla il Segretario?
Ancora sull’economia: se è vera la suggestione di Ricolfi sulla Stampa di qualche giorno fa, per cui il Sud cresce più del Nord negli ultimi anni perché, di fatto, si è fatto una auto-riforma fiscale con l’alta evasione, non è ora di dire che tutti, ma proprio tutti, non ne possono più che a una tassazione alta come quella italiana corrispondano servizi spesso scadenti, o comunque non all’altezza? E di dare una prospettiva un po’ più chiara e comunicabile di quella del fisco ’20-20-20’ proposto dall’Assemblea nazionale PD, sicuramente corretta, ma terribilmente ostica per chi come me non macina diritto tributario?
Sulla scuola, la magistratura, il pubblico impiego: dopo che abbiamo difeso l’esistente dai rozzi attacchi berlusconiani, abbiamo un’idea riformista da portare avanti? O ci va bene il ‘tal quale’, come si usa chiamare la spazzatura indifferenziata? Perché, pur a fronte di buone elaborazioni che pure conosco, non riusciamo a dare l’idea di alternativa che molti si aspettano da noi?
Perché sulla tragedia dei migranti non abbiamo detto subito cosa avremmo fatto noi, e con chiarezza? Ci faceva forse paura dire che anche noi avremmo dato il permesso temporaneo di soggiorno come alla fine ha fatto il Governo? Se una cosa è giusta dobbiamo avere il coraggio di sostenerla sempre, anche se non siamo in buona compagnia! O avevamo un’altra soluzione? E poi credo che fra l’immondo spettacolo del centro di ‘accoglienza’ a Lampedusa, sguarnito e incivile nonostante la crisi di sbarchi più ‘telefonata’ degli ultimi anni, e i Ministri che chiedono le pallottole, avremmo avuto comunque un buon margine di polemica. Il problema è che c’è stata la doverosa polemica e denuncia, non l’alternativa chiara. O qualcuno ha capito cosa faremo noi la prossima volta che succederà un fatto simile (perché succederà, oh se succederà, e anche peggiore, visti gli squilibri mondiali)?
Chiudo qui con gli esempi, spero che sia chiara la natura del problema che vedo, senza piegarlo in sterili polemiche. Non ce l’ho col Segretario, lo dico subito per tranquillizzare i feroci pasdaran che si annidano in ogni angolo del Partito. Il problema sono proprio loro. La lotta delle correnti, vissuta come ipoteca per la carriera futura di tanti dirigenti e signori delle tessere. Penosi i pasdaran bersaniani della serie ‘abbiam vinto il congresso, ora comandiamo’, così come certi veltroniani dalle uscite perlomeno intempestive.
Eppure siamo bloccati lì. Si finge di non accorgersi che il congresso è finito, passato. Che le condizioni politiche di due anni fa sono mutate radicalmente. Che il sogno, un po’ velleitario, del partito maggioritario non è che sia giusto o sbagliato. Semplicemente ora non c’è più. Siamo al 25%, per colpa dell’uno o dell’altro ma siamo lì. Lo scenario è cambiato. Mi piacerebbe non sentire più i voli pindarici del ‘partito unico di centrosinistra’ da una parte, né l’eterno refrain del ‘da soli non andiamo da nessuna parte’ dall’altra. Cambiate disco, stiamo guardando due partite diverse. E le correnti, volute o meno, ora esistono. Sì, lo confesso, sono rientrato nel PD (sono uno di quelli che all’inizio non ci credeva, è vero; ma sono anche fiero del mio percorso) sotto la suggestione del partito veltroniano aperto e innovatore. Del partito di rottura, nei metodi (coinvolgimento degli elettori, fine delle correnti, capacità di comprendere in sé le diverse sensibilità politiche, i movimenti civili, etc) e nel merito (coraggio delle riforme, rottura con alcuni schemi consolidati del centrosinistra che, per mantenere uno zoccolo duro – in realtà sempre più fragile – di votanti, perdeva progressivamente contatto col mondo reale e i suoi cambiamenti). Lo confesso, visto che oggi sembra quasi un peccato dirlo. E invece mi son ritrovato, quasi subito, la patacca che paventavo all’ultimo congresso DS (sì, su questo avevo ragione; eccome se ne avevo!), fatta di correnti (a partire dal patto Veltroni – Fioroni, visto che il pesce puzza dalla testa, per seguire con RED e tutto il resto), e di tentennamenti sul fronte del programma, compresa l’illusione di poter fare il bipolarismo moderno con Berlusconi. Bene, anzi male. Comunque quell’idea di Partito, giusta o sbagliata che fosse, è morta. Mi spiace per gli amici che ancora ne inseguono la chimera, ma è morta. Semplicemente, non è più. Né si può ricostruire. Il PD è stato un salto nel vuoto allora? Una velleità? L’idea del Lingotto era sbagliata? No, ma oggi dobbiamo registrare che quell’idea non c’è più, non ha più gambe, e non resusciterà, almeno nei prossimi anni. Se è stata un’opportunità, come credo, l’abbiamo sprecata.
E allora non vedo altra strada che combattere nella realtà data. Il PD è e resta l’unico strumento valido dell’alternativa in Italia (e forse la crisi delle socialdemocrazie europee ci dovrebbe dire qualcosa su un’epoca che temo si stia davvero chiudendo), perché incarna la sintesi delle prospettive ideali che indicano una strada diversa dal liberismo internazionale (socialismo, ecologismo, cattolicesimo democratico), e lo fa stando sempre sul pezzo, nel merito. E il PD di oggi, piaccia o non piaccia, ha i consensi soltanto di un quarto dei votanti, ha le correnti e fatica a fare una proposta riconoscibile. Per questo oggi il PD ha la necessità di costruire un nuovo quadro di alleanze. Per questo oggi il PD ha bisogno di usare, sfruttare le proprie correnti come portatori di pensiero e di idee, al di là dei destini personali dei loro leader. Per questo oggi il PD ha bisogno di aprirsi a tutti i contributi possibili (movimenti, associazioni, sindacati, cittadini, blogger, etc) per formulare con ancor più chiarezza la propria alternativa, fin qui troppo oscurata dalle manovre politiche.
Un Partito aperto, che fa sintesi delle sue diverse elaborazioni, poco polemico al suo interno, sempre sul pezzo. E magari con qualche campagna pubblicitaria azzeccata.
Per questo ho condiviso il percorso fatto da ‘Area Democratica’ di Franceschini e ho apprezzato i toni e i contenuti dell’ultima Cortona. Mi è sembrata una via di uscita seria e responsabile all’impasse fra pasdaran del Segretario e utopisti riformatori. Mi è piaciuta la sintesi che ho visto fra ex diessini e ex popolari, tutti orientati al futuro. Ho apprezzato la volontà di ‘portare acqua’ al PD, dando atto a Bersani della sua caparbia onestà, assumendosi il compito di portare contributi di elaborazione. Resto geloso della mia indipendenza, tant’è che su alcuni temi che ho sopra esposto mi sento più vicino forse a posizioni espresse da alcuni veltroniani (Ichino, Morando) o da Pippo Civati. Ma se c’è un percorso politico che oggi mi rappresenta, e cui mi sento di contribuire, è quello di ‘Area Democratica’.
Se non scendiamo adesso dalle barricate congressuali, da una parte e dall’altra, e non cominciamo a fare politica, nel merito e senza pretestuosità, non vedremo mai l’alternativa. Ci terremo Berlusconi o chi per lui. Ma soprattutto quel senso di stanchezza, di apatia, di stasi che avvolge tutti noi, e specialmente i giovani. La paralisi, fisica e morale, dei Dubliners di Joyce. Meritiamo di meglio.

1 commenti:
Complimenti Tommaso, bella analisi che , in gran parte , condivido.
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